MSNA Minori Stranieri Non Accompagnati

Testi di Anna Casanova

 

Dov’è la Stazione dei Treni?

VIAGGIO ATTRAVERSO LA COMUNITA’ PER MINORI

Scusa signora, per favore, dov’è la stazione dei treni?”chiede Mohammed, sfoggiando le poche parole d’italiano imparate per sopravvivere nel suo viaggio. Meta Milano, l’Eldorado del lavoro. Almeno così si dice dalle sue parti, l’Egitto. La signora  con piglio e preoccupazione, gli spiega in siculo stretto che da Licata, il viaggio è lungo. Mohammed non capisce bene, fa il giro dell’oca e si ritrova ad Agrigento. Alla fine sconsolato ritorna alla Comunità di accoglienza da dove era  fuggito. Forse è meglio stare nella grande famiglia allargata della Comunità. Mohammed ha 16 anni. Lui, per ora ha rinunciato all’Eldorado milanese, terra paciosa  e generosa di lavoro e soldi, così gli è stato detto in patria,  ma altri come lui, minori stranieri non accompagnati, arrivati soli senza  genitori né permesso di soggiorno, dopo viaggi infernali al limite della schiavitù, sono riusciti a strappare il biglietto oneway per  Milano. Mohammed, è uno dei  7583 minori non accompagnati registrati (minori in aumento negli ultimi due anni: 7000 nel 2004, 7440 nel 2003, 8307 nel 2002 – Comitato per i minori StranieriRapporto Caritas 2006) di cui solo una piccola percentuale arriva via mare, se consideriamo che, a livello nazionale, gli arrivi complessivi via mare rappresentano solo il 10% degli ingressi irregolari.

Ma dove vanno a finire i minori soli, una volta approdati in Italia? E’ cronaca quotidiana, quasi assordante ogni estate, il loro sbarco, meno conosciuto invece il  tentativo del loro inserimento nel tessuto sociale da parte delle Comunità di seconda accoglienza per minori ( dove devono essere portati e collocati dai servizi sociali comunali/forze dell’ordine su disposizione del Tribunale dei minori) da cui  spesso scappano per disperdersi silenziosamente tra le maglie dello sfruttamento minorile. Il collocamento nelle Comunità fornisce ai minori l’occasione, non sempre colta, di intraprendere un percorso educativo (utile ai fini poi del permesso di soggiorno a 18 anni)  che  presenta successi ed insuccessi, luci ed ombre, in un  Paese che deve fronteggiare l’assenza di un Programma Nazionale Minori caldeggiato dall’Anci, sulla scia del PNA (Programma Nazionale Asilo), nel suo recente rapporto su “Minori Stranieri Non Accompagnati”. Il rapporto segnala  un aumento negli ultimi due anni della  presa in carico  di minori stranieri non accompagnati da parte di 346 comuni:  5663 nell’anno 2002 e  6455 minori nell’anno 2003. Il nostro viaggio parte proprio dalle Comunità di seconda accoglienza: abbiamo scelto due regioni la Sicilia, terra del primo arrivo via mare  e la Lombardia, una delle regioni  che segnala il più alto numero di minori presi in carico.

 

Ramadan Licanese

Nella sala-soggiorno della Comunità l’Elianto c’è aria frizzantina sia per la presenza della stampa sia perché i ragazzi stanno rispettando il Ramadan e l’ora del pasto consentito si sta avvicinando. Le abitudini della Comunità sono state un po’ scombussolate, ma gli educatori vogliono permettere ai ragazzi di seguire la loro tradizione religiosa.

E così sospesi per un mese i soliti orari dei pasti, tavola apparecchiata solo alle 18.30 e regole ferree durante il giorno: non si beve, non si fuma, non si potrebbero neanche prendere medicine, ma su questo gli educatori hanno mediato, almeno nei confronti di un ragazzo che ne aveva bisogno. Piccola colazione alle 3 e mezza di notte, con latte e pane, in attesa della prima preghiera delle 5.30, poi di corsa a dormire fino a mezzogiorno, per chi può e non deve andare a scuola l’indomani mattina.

Sono impazienti ed eccitati i ragazzi: si ammassano tutti in sala, divertiti da Sayed, l’imitatore, che ci fa leggere la sua storia: “I soldi a casa non bastavano mai. Da noi, in Tunisia, si dice “in Italia tanto lavoro, molto bella. Mi manca la mia famiglia, sono spesso triste e per questo scherzo, mi serve a non pensare”. Sayed (ndr. il suo nome come tutti i nomi del reportage sono di fantasia per proteggere la loro privacy), è arrivato dopo tre giorni di navigazione a base di acqua e zucchero. Ma non tutti sono musulmani, ci sono anche tre eritrei cristiani che stanno un po’ in disparte e ci guardano con un po’ di diffidenza. Il Tre moschettieri, li chiameremo così perché sono inseparabili, spiegano che sono scappati dal loro Paese per sfuggire dalla guerra e soprattutto dalla leva obbligatoria. Sono venuti in Italia, dove hanno fatto richiesta dell’asilo politico. Dartagnan, il leader del Trio, racconta in un buon inglese: “Abbiamo attraversato il deserto con la macchina. Dopo 15 giorni siamo arrivati in Sudan e poi siamo andati in Libia. Ma lì non esiste rispetto dei diritti umani. In Libia c’erano differenze tra cristiani e musulmani: ci davano porzioni di acqua e pane dimezzate e ci hanno anche strappato la croce al collo”. In tutto hanno pagato 3500 euro a testa.

 

Fragilità: La Fuga, i Programmi Educativi, Coordinamento tra le Istituzioni

Ora sono nella Comunità che oltre a garantire vitto e alloggio, ad inserirli a scuola, a farli socializzare con lo sport e le altre attività di laboratorio, elabora progetti educativi individuali  (PEI) che realizza grazie all’equipe, che tra  professionisti stipendiati e volontari, arriva ad una decina di giovani trentenni.

Gestire una comunità è sempre stato il mio sogno – racconta Marianna Bianchi  responsabile area-educativa – Mi sono laureata in Scienze dell’educazione, come tutte le  altre colleghe educatrici.  Ho lavorato anche per un anno al  ’Piccolo Principe’ di Busto Arsizio (Mi) con minori tra i 6-14 anni. Per realizzare il progetto ci siamo avviati un anno e mezzo fa, non abbiamo avuto grandi problemi, se non  l’attesa per i tempi burocratici”. Gli educatori sono entusiasti e convinti di aver investito in un buon progetto nonostante alcune delusioni iniziali: “La percentuale di fuga è alta: finora sono passati circa una cinquantina di ragazzi e abbiamo avuto 35 fughe. Ci siamo interrogati dove sbagliavamo con loro, ma poi abbiamo constatato che questi minori vengono qui perché hanno bisogno di lavorare e mandare a casa i soldi a casa. E’ quindi difficile trattenerli”. Comunque l’Elianto cerca di programmare e a breve decollerà anche un laboratorio teatrale: “Allestiremo uno spettacolo basato sui suoni ed immagini dei diversi Paesi- spiega  Cettina Callea, insegnante d’inglese e volontaria per i corsi d’italiano nella Comunità – In base al luogo di provenienza ogni ragazzo canterà la sua musica, leggerà favole e racconterà il proprio viaggio per raggiungere l’ Italia”.

Una delle maggiori criticità  quindi  deriva dall’incertezza della presenza dei minori la quale indebolisce la realizzazione dei PEI che le Comunità  portano avanti per ciascun minore preso in carico in quanto  aderire ad “un progetto d’integrazione sociale e civile gestito da un ente pubblico o privato” è una delle tre condizioni della Bossi-Fini  per trasformare, al compimento dei 18 anni, il permesso per minore età in permesso per studio, lavoro o “attesa occupazione”: “ La legge richiede almeno due anni di progetto- spiega Giusy D’Alconzo, una delle curatrice della ricerca di Amnesty International sui minori ‘Invisibili’ – Se il minore aderisce al progetto e quindi rimane in Comunità ha uno dei tre requisiti, ma l’incertezza del risultato è alta. Le Comunità sono comunque  posti che non dovrebbero indurre alla fuga ”.

L’autorizzazione ad aprire la comunità Elianto è arrivata nella primavera 2006, i primi minori  il 18 giugno 2006, ma l’aspetto curioso fanno notare gli educatori è che “noi siamo una Comunità alloggio per minori italiani, ma finora  hanno avuto richieste solo per stranieri, vista l’emergenza”.  Emergenza che fa sforare  un po’ il limite di dieci minori per comunità previsto dagli standard socio-sanitari. La questura lo sa ma la necessità impone piccole variazioni. Sicuramente il connubio tra il costante  arrivo di minori e il  diritto del minore ad essere tutelato e seguito come persona  inespellibile, crea una necessità continua di comunità idonee a cui spettano diversi compiti. “Le Comunità per minori stranieri, che stabiliscono convenzioni con i servizi sociali comunali tutori del minore, sono tenute oltre a portare avanti percorsi educativi personalizzati, ad attivare e seguire le pratiche amministrative per far avere al minore il permesso di soggiorno per minore età – spiegano gli operatori di Medici senza frontiere – di iscriverlo al servizio sanitario tramite la tessera STP. E’ chiaramente auspicabile che l’equipe sia competente e includa  anche il  mediatore culturale”.

Se l’indice  di fuga  rappresenti o meno  uno degli indicatori della ‘tenuta’ della Comunità è un dibattito aperto, certo è che la Sicilia, come terra di primo approdo verso un’altra meta ambita, come Milano, ha spesso scarso appeal verso i minori che vogliono raggiungere il tanto agognato Nord Italia.

 

Il Nord e la Delusione dell’Eldorado

Ma spesso succede che anche chi riesce ad arrivare a Milano, sia costretto a vivere tali situazioni di sfruttamento e precarietà  che si convince del valore aggiunto della Comunità.

E’ il caso di  Maroan, diciassettenne egiziano che lascia a 15 anni la famiglia. Anche lui trascorre tre mesi in una casa senza luce in Libia da dove partirà su una nave con 250 persone stipate come animali “Hanno buttato anche degli uomini in mare – ricorda  tristemente Maroan – Dopo tre giorni a Lampedusa, sono stato due settimane in una comunità a Caltanissetta. Ma sono scappato da lì. Avevo un biglietto per Milano dove ho lavorato per una anno in nero come muratore”.  Ma Maroan è arrabbiato con quel datore di lavoro che lo pagava poco, a singhiozzo.  Così quando viene intercettato dai servizi sociali di Milano che gli  propongono di andare nella comunità  La Madonnina  lui accetta. Vi trascorre un anno durante il quale la Comunità gli procura il permesso di soggiorno per minore età, il passaporto, lo iscrive al Consorzio Scuola-Lavoro, dove segue per un anno lezioni per esperto elettro-informatico. Poi la Comunità  nel giugno scorso viene chiusa e gli otto ragazzi vengono smistati  tra varie comunità.  Maroan viene accolto dalla Comunità “Il Mulino di Suardi”.

I minori non accompagnati  possono arrivare nelle Comunità una volta intercettati dai servizi sociali, dalla polizia ferroviaria o dalla questura. I ragazzi vengono presi in carico dal servizio sociale comunale che  utilizza  le strutture esistenti sul territorio per collocarli. La presenza del minore fa subito segnalata oltre che alla Questura, alla Prefettura, al Tribunale dei minori e al Comitato dei Minori Stranieri. Sul coordinamento tra queste istituzioni gli operatori sollevano qualche perplessità: “Una delle criticità è  quella di mettersi in contatto con il Comitato dei Minori Stranieri, l’organismo centrale  a cui noi dobbiamo segnaliamo il minore, per  avere notizie  sulle  loro famiglie d’origine – fa notare la  Simona Lucchini assistente sociale del Comune di Pavia – Ma le risposte le riceviamo spesso dopo mesi, molto vaghe e non precise. Alla fine è la Comunità che rintraccia la famiglia d’origine”.

 

Il Mulino Sociale

Al nostro arrivo siamo colpiti dal contrasto tra le pace della campagna in cui è immersa la cascina e lo scoppiettare di musica al primo piano della comunità. E’ un’onda musicale variegata che lancia contro le nostre orecchie note elettriche di house music, parole provocatorie  hip-pop, melodie romantiche arabe. Nella ore di siesta, la musica regna sovrana, la musica diventa per i minori della Comunità il linguaggio e spazio comune in cui non c’è bisogno d’interpreti. Le note mediano già le loro  emozioni e sogni. E forse era destino che in quella cascina, la musica strizzasse l’occhio perché quelle mura appartenevano al famoso tenore Luigi  Ottolini.

Il tenore degli anni quaranta lasciò scritto nel testamento che la proprietà andasse  alla chiesa affinché la utilizzasse per ideali sociali. Così è stato. Il parroco di Suardi, Don Anselmo, presidente della Cooperativa Il Mulino, si è immerso nell’avventura due anni fa. Fresco del lavoro caraibico, che lo ha visto coinvolto in un programma di recupero dei bambini di strada, ha mutuato l’esperienza e inaugurato nell’agosto scorso la  Comunità  Il Mulino di Suardi che ospita sette minori, la maggioranza stranieri. Tra di loro anche ragazzi del circuito penale. Due sono invece gli amministravi cioè minori che  non hanno commesso reati. Maroan, è un amministrativo.

Maroan l’abbiamo accolto come pronto intervento – spiega il responsabile della Comunità Alberto Camandola – Siamo stati contattati dall’Ufficio Pronto Intervento Minori dei Servizi sociali comunali di Milano che ci ha chiesto se avevamo lo spazio. Però l’assistente sociale è andata in ferie quindi non c’è stato un passaggio di consegne fatto bene, non abbiamo ricevuto nessuna  relazione”. Anche al Nord sembra ci sia fame di comunità per minori che pare non siamo sufficienti: “Il Pronto Intervento minori in un anno colloca circa 400-500 ragazzi quindi vuol dire due al giorno. Quindi il bacino di comunità che lavorano sulla pronta accoglienza e sulla seconda accoglienza è veramente esiguo rispetto alle reali necessità”.

Maroan, tutti i giorni prega, al mattino e alla sera legge il suo corano portatile  “se leggo il corano sono tranquillo – confida Maroan – mi sento meglio. In Comunità mi sono sentito crescere dentro. Mi aiutano”. Maroan a breve inizierà a lavorare come imbianchino, grazie alla borsa lavoro attivata dalla Comunità. Il suo permesso di soggiorno facilmente allo scoccare del 18° anno potrà essere  convertito in permesso di soggiorno per lavoro. E come Maroan altri tre minori,  grazie alle borse di studio previste per i tirocini formativi, lavorano presso datori di lavoro della zona seriamente interessati ad assumerli in seguito.

Ultima grande soddisfazione per la Comunità è stato il progresso del timido Josef che proviene da una zona molto povera e rurale del Marocco dove curava le pecore. Primo obiettivo del suo programma educativo è l’ottenimento della licenza media  che conseguirà l’anno prossimo, secondo obiettivo  incominciare ad avviarlo al mondo del lavoro.  Josef  è il  giardiniere di Suardi: cura insieme al cantoniere il verde del comune di Suardi. A coltivare contatti con il mondo del lavoro è l’infaticabile Don Anselmo: “E’ importante che i ragazzi lavorino in paese o nel territorio limitrofo  perché così la popolazione li  vede, li conosce e comprende che sono normali”. Una normalità inizialmente difficile da accettare per il paesino di Suardi che temeva il comportamento dei minori del circuito penale. Ma “con il tempo in paese  hanno capito che non disturbano assolutamente - spiega il sindaco  Grazia Maria Valentini – Anzi molti di loro si sono amalgamati con i nostri ragazzi. Per superare la diffidenza ho voluto fortemente che qualcuno di loro lavorasse per il Comune”. Finora ad un anno dall’apertura della comunità, sono passati 18 minori di cui solo uno è scappato, tutti gli altri hanno portato a termine o stanno seguendo con graduale impegno e successo il programma educativo individuale. Rispetto alla  Comunità l’Elianto, che deve fare i conti quasi quotidianamente con la fuga,  nella Comunità Il Mulino si riesce maggiormente a fare programmi a lungo termine.

 

Il Compito dell’Educatore: Elaborazione dell’Identità

In Comunità ogni settimana facciamo l’equipe e ogni quindici giorni la supervisione con due psicologi esterni. Nei piani educativi c’è una prima fase molto fisica di accudimento, si forniscono le cose materiali – racconta il responsabile nonché psicologo Alberto Camandola – Poi una seconda fase dove si lavora sulla relazione con gli altri: come si relazionano con gli educatori e con il gruppo dei pari. Per coloro che provengono dal penale ci concentriamo sull’ elaborazione del reato, per i minori stranieri soprattutto sull’identità che è maggiormente frammentata e piena di vissuti traumatici. Fondamentale per loro la presenza del mediatore culturale”. In comunità  ogni giorno dal secondo pomeriggio in poi e per tutta la notte rimane  Chemchi Bikarbas, 43 anni, laureato in fisica ma dal 2000 mediatore culturale grazie a corsi di formazione. Chemchi cerca quotidianamente di far comunicare le due culture e di creare solidarietà tra i ragazzi: “Il messaggio più difficile da far accettare è il programma educativo- commenta – I ragazzi vengono qui per lavorare e mandare soldi a casa dove la famiglia potrà comprare il terreno e costruire un pozzo.  All’inizio pensano di perdere tempo con il programma educativo di due anni, ma poi capiscono l’utilità”.

I ragazzi sono molto attaccati a Chemchi, non appena arriva gli ronzano attorno come api con il miele, forse perché sentono i suoni e gli aromi della loro terra evocati da  piccoli  gesti quotidiani come la preparazione della merenda a base di  thè alla menta servito insieme al pane.  Per quell’ora ci sono tutti in cucina, il cuore della comunità, luogo di confessioni e confidenze alla loro zia, così chiamano la cuoca Patrizia. A vederli così questi piccoli grandi-uomini mentre mordono un po’ goffamente il pane vengono in mente i versi di una poesia africana: “non so di quale paese tu sia, non so di quale madre né di quale padre, non so di quale amore tu soffra l’abbandono, non so di quale ricordo tu sei prigioniero, non so di quale destino tu sia portare, non so di quale solitudine tu sia ostaggio, ma so per quale libertà devi camminare, la libertà di una vita degna”.

 

Casamica

INCONTRO CON UNA DELLE COMUNITA’-ALLOGGIO STORICHE NELL’AGRIGENTINO

Noi camminiamo sul taglio di un coltello perché i minori che arrivano qui nella prima fase chiedono e poi pretendono sintetizza così la difficoltà di lavorare con i minori  il Presidente della Cooperativa Casamica, Paolo  Di Caro, educatore, con un’esperienza ventennale in questo campo, il quale nel suo Villaggio la Loggia, una delle Comunità più anziane nell’agrigentino, composto da 5 strutture, ospita 50 ragazzi, 10 per Comunità–alloggio. La Comunità aderisce al Coordinamento delle Comunità-alloggio della Sicilia (C.R.C.A che fa capo al Coordinamento Nazionale delle Comunità alloggio) una Onlus, che mette in rete 46 comunità-alloggio, nata nel luglio del 2001  per garantire e tutelare la gestione delle comunità.

Anche Di Caro negli ultimi anni ha visto modificare la fisionomia della sua Comunità: “Fino a 4 anni fa erano tutti italiani poi  mi si erano liberati 10 posti e vista l’emergenza abbiamo aperto anche agli stranieri. Se inizialmente provenivano soprattutto dall’ex-Yugoslavia, negli ultimi due anni, sono diminuiti i ragazzi dell’Est e sono aumentati dall’Africa bianca”.  Tra i vari progetti della Comunità spicca Icaro, un percorso di  formazione ed inserimento lavorativo in botteghe artigianali che dopo sei mesi fa scattare l’assunzione. Nonostante ciò Di Caro ammette che per l’accoglimento di minori stranieri: “Non si è preparati a sufficienza, non si hanno gli strumenti adatti. Le Comunità-alloggio erano nate per altri scopi. Ora questi ragazzi vengono in Italia essenzialmente per cercare lavoro, e inserirli in comunità non ha molto senso”. Di Caro sostiene che  da una parte bisognerebbe lavorare con i Paesi d’origine per far trovare occupazione lì e dall’altra creare “specialisti e strutture specializzate sul territorio. Bisognerebbe garantire più qualità: fare un inserimento per una vita dignitosa, formarli e inserirli nel lavoro”.

 

Ma Quanto Costa una Comunità?

La spesa  per la ristrutturazione della Comunità l’Elianto, realizzata  secondo gli standard della  legge regionale 22/86 ( ndr. la cui caratteristica principale è stata di trasferire all’ente locale le competenze amministrative e civili, svolte precedentemente dal Ministero di Grazia e Giustizia) è stata di 75mila euro, di cui la metà coperta dalla Regione grazie al finanziamento ottenuto con la legge 488/92, la restante parte  è stata coperta con le quote associative. “Per ogni  minore straniero la retta è di 67 euro che inizialmente paga la Prefettura, che colloca il minore con un certificato di collocamento presso la Comunità con posti disponibili, finché non arriva l’affido vero e proprio – spiega Presidente Francesca Chiapparo - Il Tribunale dei minori, ricevuta la segnalazione,  apre un’istruttoria che può durare mesi. Da noi alcuni  minori stanno aspettando da 4 mesi. Il Tribunale deve decidere l’affidatario, che saranno i servizi sociali comunali. A quel punto una volta che l’affidatario sarà individuato nel Comune di Licata, questi confermerà il collocamento nella nostra Comunità. Solo allora la retta sarà  pagata dal Comune”.

Diverso il percorso del Mulino di Suardi che ha presentato progetti presso fondazioni e banche per ottenere i finanziamenti: la Fondazione  Cariplo ha pagato 290 mila euro per la ristrutturazione della casa. Altri contributi da parte della Fondazione Banca del Monte (190 mila euro e per l’anno 2006-2007 altri 117 mila per attivare  laboratori d’informatica), la Fondazione Comunitaria di Pavia (15 mila euro), la Regione Lombardia  55 mila euro.  Anche nella Comunità Il Mulino di Suardi la retta media oscilla tra le 60 e 100 euro al giorno per ragazzo. Una cifra che il direttore Camandola giudica non sufficiente: “Bisogna considerare che in una comunità bisogna pagare lo stipendio degli operatori, tutte le utenze e le spese dei ragazzi. Una Comunità come la nostra ha dei costi di gestione che vanno dai 25mila ai 35mila euro al mese”. La questione dell’insufficienza di risorse è ribadita da Carla Galeassi,  Dirigente  del settore socio-assistenziale del comune di Pavia: “Ormai le nostre Comunità hanno una media di 70-100 euro al giorno per persona. Le risorse chiaramente non bastano. Nei prossimi mesi andrò a chiedere 200mila euro per chiudere l’anno perchè abbiamo sforato in maniera enorme. Vorrei precisare però che le comunità per gli stranieri sono specializzate nell’accompagnamento del minore, ma non hanno una retta superiore alle altre comunità perché hanno operatori in più. Anzi il mediatore culturale lo mettiamo noi. Il comune ha lo Sportello stranieri che ci consente  di utilizzare tutte le professionalità di cui abbiamo bisogno dalla consulenza legale piuttosto che all’accompagnamento sanitario, al mediatore culturale per i rapporti con la questura”.